Sport

BIKE

Mi hanno fatto molte domande sul mio rapporto con la bici.
Non mi definisco un ciclista puro, ma da triatleta la bici fa parte del gioco.
Mi diverte un sacco, mi permette di vedere posti lontani, perché posso percorrere più km rispetto alla corsa e mi dà quel brivido che solo la velocità sa dare.

Mi sono tolto anche lo sfizio di pedalare nel Principato di Monaco, sul circuito di F.1.
È stato il mio primo mezzo per muovermi, con la mia MTB rossa da ragazzino mi muovevo da un paesino all’altro senza sosta.
Ogni scusa era buona per pedalare.

Poi l’ho accantonata per diversi anni, fino a quando il triathlon me l’ha fatta riscoprire.
Da lì non l’ho più abbandonata, arrivando anche a pedalare per 28 ore consecutive su una fat bike in pieno inverno.
Ho anche pedalato per 200 km di notte sotto la pioggia da Luino a Gressoney per beneficenza.
Nella stagione invernale pedalo sui rulli o faccio spinning.

Quante bici ho?
Ho una crono in carbonio per le gare di triathlon, una scatto fisso senza freni che ho che ho creato partendo da un vecchio telaio arrugginito e che ho chiamato Arancia Meccanica, una bici anni ’30 che ho restaurato (con i cerchi in legno!) e una MTB che uso per portare a spasso mio figlio.
La scelta non mi manca.

Rispondo anche ad una domanda che mi hanno fatto, come diavolo sono sceso quella volta dalla finestra di Champorcher in bici?
A tutta velocità.

Le vibrazioni sul manubrio erano così forti che involontariamente le mani spesso mollavano la presa dalle manopole.
Ho fatto tutti i tornanti di traverso, con entrambe le ruote che scivolavano, sollevando una marea di sassi e polvere.
Non ho assolutamente idea di come abbia fatto.

Ho frenato così intensamente che alla fine, una volta fermo, sono esplose le gomme! I cerchi si erano surriscaldati a tal punto che hanno fuso le camere d’aria.

Quando lo raccontavo agli amici in quel lontano 1992 non ci credeva nessuno.
Oggi non lo rifarei nemmeno se mi pagassero, ma a 14 anni siamo stati un po’ tutti fuori di testa.